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Ula Tirso - Sardegna

Ua Tirso si trova all'interno di un anfiteatro naturale, offrendo panorami suggestivi e selvaggi. Il fiume Tirso, il più importante della Sardegna, scorre nelle vicinanze, arricchendo il paesaggio con la sua presenza. La zona è caratterizzata dalla presenza della diga di Santa Chiara, un'opera di ingegneria che ha dato origine al lago Omodeo, un'importante riserva idrica e attrazione turistica. Il paese ha una storia antica, con tracce di insediamenti nuragici e romani. Le tradizioni locali sono ancora vive, con feste e manifestazioni che celebrano il patrimonio culturale sardo. Il nome del paese in origine era solo Ulà, nel 1870 è stato aggiunto Tirso. La diga di Santa Chiara, un monumento di archeologia industriale, ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della zona.  Nelle vicinanze della diga è presente il villaggio fantasma di santa Chiara del Tirso, che ospitava i lavoratori della diga. Ula Tirso, incastonato nel cuore della Sardegna, è un piccolo borgo che racchiude in sé secoli di storia e tradizioni. Situato nella provincia di Oristano, questo paese si distingue per la sua posizione geografica privilegiata, adagiato su un altopiano di origine trachitica e bagnato dalle acoue del fiume Tirso.

CARRASEGARE

Nel primo secolo dopo Cristo, nonostante il Cristianesimo fosse ormai molto diffuso sul territorio, in una corrispondenza epistolare risalente al 594 d.C. che vede protagonista papa Gregorio Magno, emerge che le popolazioni sarde, specialmente nelle zone interne emontane, stessero riprendendo antiche pratiche religiose, manifestate attraverso culti di divinità di pietra e maschere lignee. La Sardegna, terra di storia millenaria ed affascinante mistero, custodisce nel suo cuore un patrimonio inestimabile: riti ancestrali e simbolici che, come fili invisibili, la collegano al suo passato più remoto. Queste tradizioni, tramandate di generazione in generazione, rappresentano un ponte tra il mondo moderno e le antiche credenze di popoli che hanno abitato l'isola, come i micenei e greci che si sono insediati tra il XII ed il XIV secolo a.C., lasciando un'impronta indelebile nella sua cultura. A questi popoli si deve la diffusione del culto del dio Dioniso che ebbe successivamente un'influenza notevole sulla diffusione dei culti pagani e dei riti ad esso collegati. I seguaci di Dioniso desideravano ardentemente trascendere la propria individualità, trasformandosi e lasciandosi possedere dalla divinità greca. Questo rituale veniva attuato attraverso l'ebbrezza del vino, la musica e le danze estatiche.  In questo modo si cercava di annullare la separazione tra l'essere umano e il divino. L'uomo si fondeva con l'essere divino e nella convinzione di assomigliare al devoto, veniva eseguito il sacrificio demoniaco. In Sardegna, tali pratiche si svolgevano durante alcune festività pagane prevalentemente nelle zone rurali, ovvero le festas de corriolu, che sono state poi convertite in rituali legati alla religiosità cristiana ed in onore di alcuni santi. L'origine del termine "corriolu" è legata all'azione di "iscorriare" che significa lacerare la carne viva di un animale, divorandola cruda, proprio come Dioniso nel mito veniva sbranato vivo dai Titani. Da "iscorriare" deriva anche "carrasegare o carrasecare" (carne-lacerare), un rito di antropofagia che simboleggiava la rinascita del dio. Durante questo rito, la carne cruda veniva strappata con mani e denti, poiché l'uso di coltelli era proibito. Questa pratica è stata successivamente riadattata con l'avvento del Cristianesimo. Il culto di Dioniso in Sardegna si esprimeva attraverso rituali cruenti, con il sacrificio della vittima che rappresentava il dio e la sua discesa negli inferi.  Questa forma drammatica e cruenta del culto, aveva finalità propiziatorie, protettive e di fertilità, ed era ampiamente diffusa nell'isola. In questi rituali, alcuni elementi degli animali come le ossa e le pelli venivano impiegati come elementi costitutivi delle "maschere". Si manifestava così la necessità di allontanare il male attraverso la sua rappresentazione. I cicli di morte e rinascita della natura, le maschere con la loro commistione di tratti umani ed animali, ripropongono in modo grottesco il rapporto tra l'uomo e l'animale. Le processioni sacre, i balli tradizionali e i canti popolari, con le loro melodie evocative, narrano storie di dei e di eroi, di cicli della vita e della morte, di divinità pluviali e legami indissolubili con la terra e con il divino.  Le maschere che rappresentano Dioniso, assumono prevalentemente sembianze di animali legati alla pastorizia, come il capro e il toro. Sono realizzate con materiali naturali come il legno di pero selvatico, albero sacro a Persefone, madre del dio. Durante i rituali la vittima che impersonava Dioniso subiva lievi torture, considerate necessarie per propiziare la fertilità della terra. Oggi, queste scene vengono solo simulate. La vittima, chiamata  "maimone", rappresentava una divinità legata all'acqua e alla pioggia, e il suo sacrificio simbolico era volto a garantire abbondanti piogge e raccolti. Questa tradizione è sopravvissuta principalmente nelle regioni montuose della Sardegna, come la Barbagia e l'Ogliastra, mentre nelle zone costiere, come il Campidano e la Gallura, le pratiche rituali sono state sostituite da simbolismi culturali. Nelle aree interne, paesi come Mamoiada, Orotelli, Ottana, Orani, Lula, Fonni, Ulà Tirso, Samugheo e Bosa conservano ancora questi antichi riti, utilizzando nomi locali per Dioniso come "s'urtzu",   "s'urthu", "maimone" e "mamuthone". Questi riti, spesso avvolti in un velo di mistero, non sono semplici manifestazioni folkloristiche, ma espressioni autentiche di un'identità culturale unica e preziosa, dal valore inestimabile come testimonianza di un passato che continua a vivere nel presente.

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SACRO TIRSO

Il tirso, tipico bastone rituale. il cui nome riprende il nome del fiume. era un simbolo importante del culto di Dioniso. Con un chiaro significato fallico, rappresentava la forza vitale del dio. trasferita alla natura e agli esseri viventi. Durante i riti. il suo uso su animali come il bue. accompagnato da gesti specifici. evidenziava questa connessione tra il tirso. la fertilità e la potenza divina.

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FULIGINE NERA

Il rituale di bruciare il sughero per ottenere una polvere nera è una pratica antica. legata a significati simbolici di morte e rinascita. La fuliggine ottenuta dalla combustione controllata del sughero viene trasformata in una pasta utilizzata per dipingere il corpo durante rituali. cerimonie o festività. In Sardegna, questa usanza è particolarmente legata alle tradizioni ancestrali. dove la pittura corporea con polvere di sughero rappresenta figure animalesche o demoniache. Tali rituali, spesso associati al culto di Dioniso. avevano lo scopo di propiziare la fertilità e allontanare il male.

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S'Urtzu

S'Urtzu" (l'Orso in sardo) è una delle figure centrali e più arcaiche

Solitamente indossa un costume pesante e grezzo che simboleggia la pelliccia dell'orso. Fatto con pelli di pecora o di capra non conciate e scure, spesso con la lana rivolta verso l'esterno. conferendo un aspetto irsuto e selvaggio. 

In alcune varianti. come a Ula Tirso, può indossare pelli di cinghiale. S'Urtzu incarna la forza bruta. la natura selvaggia e gli istinti primari. Il suo comportamento è spesso scomposto ed imprevedibile: Si muove con passi pesanti, barcolla spesso cerca di divincolarsi e di sfuggire al controllo delle figure che lo accompagnano (come Sos Buttudos a Fonni o Sos Bardianos a

Ula Tirso). Rappresenta la parte selvaggia e primordiale dell'uomo e della natura. La sua cattura e il suo "controllo" da parte di altre figure del carnevale simboleggiano il tentativo di dominare le forze naturali e gli istinti. Questo rituale può richiamare antiche cerimonie propiziatorie legate alla fertilità della terra e alla caccia. La sua sconfitta o il suo "domarsi" alla fine del carnevale possono rappresentare la transizione verso un nuovo periodo. la fine dell inverno e larrivo della primavera.

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Sos Urthos e Buttudos

Sono le maschere principali di Fonni. in Sardegna. e rappresentano figure ancestrali legate alla natura e ai riti di fertilità. S'Urthu è una figura selvaggia. coperta di pelli e fuliggine. che simboleggia la forza primordiale e il ciclo di morte e rinascita.

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Sos Buttodos

sono i guardiani che cercano di controllare S'Urthu. rappresentando la forza umana che domina la natura. Insieme. mettono in scena un rito antico che celebra il legame tra uomo e natura.

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Su Mamutzone

Originaria di Samugheo (OR). è la maschera del silenzio. Vestita di fustagno nero e coperta di pelli di capra. calza i gambali e cinge gli stinchi di pelle di capra. Ha la vita cinta di trinitos e campaneddas e il petto appesantito da due paia di campanacci. in bronzo o in Ottone. Ha il volto annerito dal sughero bruciato e tiene in mano il tradizionale bastone rituale. L'elemento che distingue Su Mamutzone dalle maschere barbaricine è l'acconciatura della testa, munita di un recipiente di sughero. su casiddu o, più raramente, su moju, rivestito all'esterno di lana caprina e coronato all'estremità da affusolate corna bovine o caprine.

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Sos Corriolos

Tipica di Neoneli (OR). coloro che rappresentano questa figura indossano un copricapo rivestito in pelle su cui sono fissate corna di cervo o di daino. Sulla schiena portano ossi di animali. sulle spalle pelli di riccio e tengono in mano dei forconi. Il simbolismo delle corna è legato al cervo: poichè il cervo rinnova periodicamente le sue corna. queste venivano considerate un simbolo della vita che si rigenera. alternando morte e rinascita.

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S'Ainu Orriadore

Tale maschera originaria di Scano di Monteferro (OR). il cui nome significa letteralmente asino che raglia. è costituita dall'osso del bacino di un bovino o di un asino ed indossa la zimarra, anche detta mastrucca presente in quasi tutte le maschere sarde e caratterizzata da una giacca lunga senza maniche fatta di pelle di ariete. S'ainu trascina con sé delle catene e muovendosi in gruppo a passo duomo girovagano per il paese muniti di bastone (o mazzuccu in sardo) in cerca di un anima da poter rubare e potersene così impossessare. Nel loro tragitto emettono ragli misti a lamenti e pianti che rappresentano il preludio alla morte di qualcuno.

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Su Boe

Originari di Ottana (Nu). i Boes indossano sul volto una maschera (caratza in sardo) lignea che ha le fattezze di un bue (da qui il loro nome). Per realizzare la maschera viene utilizzato prevalentemente pero selvatico e possono esservi diverse decorazioni. la più famosa è il fiore della vita simbolo di prosperità. di speranza e di buon auspicio. Essi indossano pelli di pecora bianca e hanno un grappolo di campanacci (detti anche Su Erru o Su Sonazos) a tracolla del peso di circa 30 ka ma auesto può variare.

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Sos Bardianos

Originari di Ula Tirso si distinguono per avere il viso e gli abiti tinti di nero. Il loro ruolo è quello di percuotere e tormentare S'Urtzu con dei bastoni. Simboleggiano coloro che cercano di controllare e sottomettere la bestia. in un rapporto di conflitto e dominio. in un'eterna lotta tra l'uomo e la natura selvaggia.

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Sos Maskiganna

Rappresentano una sorta di entità demoniaca o di folletto burlone. originaria di Ula Tirso. A differenza della figura più cupa del diavolo in altre tradizioni. nella mitologia sarda questa figura non è sempre vista come totalmente negativa. ma piuttosto come uno spirito dispettoso e ingannatore. Solitamente. assumono sembianze animalesche. Indossano una pelle intera di caprone o montone adornata con diversi campanacci che vengono fatti risuonare continuamente. A volte sono associati al tentativo di disturbare o infastidire S'Urtzu (l'orso). Sos Maskinganna aggiungono un elemento di ambiguità e di imprevedibilità. la loro natura di spiriti burloni può richiamare antiche credenze popolari legate a figure mitologiche che popolavano le campagne sarde.

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Merdùles

La maschera del Merdule. originaria di Ottana, è un potente simbolo che incarna la fatica dell'uomo. il suo legame con la terra e gli animali. e la sua lotta per la sopravvivenza in un mondo rurale spesso aspro. La sua figura, insieme a quella del Boe e de Sa Filonzana. anima le sfilate con un rituale antico e suggestivo.. La maschera del Merdule è tradizionalmente realizzata in legno. spesso di pero selvatico o di ontano. lavorato a mano con scalpelli e coltelli. Presenta tratti antropomorfi deformi e spesso grotteschi. Il volto è generalmente rugoso. con un naso pronunciato, sopracciglia folte e arcuate.. Il colore della maschera è solitamente scuro. Lespressione generale della maschera è quella di un uomo anziano, curvo. stanco e sofferente. che riflette la dura vita del lavoro nei campi e la fatica del contatto con la natura selvaggia.

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Morbi in sem

Originaria di Ottana, è una maschera lignea inquietante che personifica il destino e la morte. Ha un volto allungato e stretto, indossa un abito scuro e porta sempre con sé un fuso e del filo. simbolo del filo della vita che sta per tagliare. La sua presenza introduce un elemento di tragicità al rituale. ricordando la fragilità della vita e l'inevitabilità della morte. Sa Filonzana è considerata la personificazione del destino ineluttabile e della morte, una sorta di Parca sarda. Latto del filare continuo rappresenta anche lo scorrere inesorabile del tempo e l'avvicinarsi della fine.


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